IL RUOLO DELLO STRANIERO

secondo Georg Simmel

 

Relatore

Valerio Sanfo

 

Sociologo sanitario, erborista. Responsabile didattico dell'Università Popolare A.E.ME.TRA., di cui è Presidente e fondatore.

 

 

 

 

 

 

Lezione tenuta tenuta nell'anno 1992 presso la sede di A.E.ME.TRA.

 


 

Il ruolo dello straniero secondo Simmel

 

Errare è la situazione migliore di distacco dallo spazio. Si è qui e là. Se in una giornata mi spostassi in luoghi (Paesi) diversi, contatterei più individui stanziati lontano tra loro; è come se vivessi in più luoghi contemporaneamente. Per contro, il massimo attaccamento allo spazio è l’ essere fissati in un punto (es. l’albero che vive dove ha messo le radici).
Lo
straniero unifica queste due opposte caratteristiche, egli non è un viaggiatore, un turista, ma colui che oggi arriva, domani resterà, e in futuro può darsi riprenda il suo viaggio per andare altrove o tornare da dove è partito.
Com’evidenzia
Simmel “è il viaggiatore potenziale, che nonostante si sia fermato, non ha ancora rinunciato alla libertà di andare e venire”.
Egli è inserito in una società alla quale non appartiene originariamente e apporta in essa le caratteristiche della propria diversità culturale. Lo straniero unisce le dicotomiche rappresentazioni di vicinanza e lontananza, dentro e fuori.

Il ruolo più tipico dello straniero è quello del mercante.

Per mercante, rileva Simmel, va inteso chi propone merci che non si trovano nel luogo. Se un individuo si reca all’estero e compra della merce che rivende all’interno del suo gruppo, questi è straniero nel mercato dove acquista e non in quello dove vende.

Lo straniero è “fissato parzialmente”, o meglio idealmente, in quanto occupa lo spazio del luogo, senza possederlo (egli non deve possedere un immobile o del terreno, altrimenti verrebbe a mancare la caratteristica fondamentale della libertà o potenziale indipendenza dal luogo).

Questo aspetto deve essere considerato metaforicamente, (idealmente) nel senso che egli può anche possedere del terreno, ma è come se non fosse proprio, perché, in senso figurato, essere proprietario verrebbe ad indicare il possesso della cultura ospitante. Per lo stesso principio non deve possedere legami di parentela o di professione.

La posizione d’estraneità gli permette di assumere ruoli d’impersonalità, obbiettività e giustizia.

Lo straniero è anche il miglior confidente e confessore, non è forse vero che ci si confida più facilmente con una persona che oltre ad essere ben disposta ad ascoltarci, non s’incontrerà più per tutta la vita? Egli non può trarre alcun vantaggio dal suo ruolo d’ascoltatore e consigliere, non è parte in causa, ed il suo parere è eccellente.

Lo straniero, può essere anche solo un’idea, alla quale l’individuo ricorre per cogliere le antinomie utili nell’ esame delle proprie considerazioni ineluttabili; ovvero lo straniero può essere un modello ideale da utilizzare per porre in atto l’imparzialità e l’accoglienza del diverso, nella nostra mente.

L’idea dello straniero è un “pensare innovativo”, estraneo al comune porsi in relazione con il mondo: un pensare che permette di accedere alle novità.

Sotto un aspetto più ermetico si potrebbe dire che lo straniero porta con sé la “divinità” del suo popolo, della cultura d’appartenenza e che, con il suo spostarsi, la pubblicizza (la rende nota).

Così, i precetti in segnati in naturopatia possono apparire estranei al diffuso pensare contemporaneo.

La metafora dello straniero esalta la conciliazione degli opposti: notte-giorno, vita-morte, vicinanza-lontananza, divenendo la sintesi che concilia la tesi con l’antitesi, proprio come insegnato nella nostra scuola di naturopatia, quando viene trattato il relativismo e la complementarietà degli opposti.

 

 

 

Tratto da

"Il potere e i suoi indicatori", 2006, Valerio Sanfo, Ed. A.E.ME.TRA.

 

 


 

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