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Lezione tenuta
tenuta nell'anno 1992 presso la sede di
A.E.ME.TRA. |
Il
ruolo dello straniero secondo Simmel
Errare è la situazione migliore di
distacco dallo spazio. Si è qui e là. Se in una giornata mi
spostassi in luoghi (Paesi) diversi, contatterei più individui
stanziati lontano tra loro; è come se vivessi in più luoghi
contemporaneamente. Per contro, il massimo attaccamento allo spazio
è l’ essere fissati in un punto (es. l’albero che vive dove ha messo
le radici).
Lo
straniero unifica
queste due opposte caratteristiche, egli non è un viaggiatore, un
turista, ma colui
che oggi arriva, domani resterà, e in futuro può darsi riprenda il
suo viaggio per andare altrove o tornare da dove è partito.
Com’evidenzia
Simmel
“è il viaggiatore potenziale, che nonostante si sia fermato, non ha
ancora rinunciato alla libertà di andare e venire”.
Egli è inserito in una società alla quale non appartiene
originariamente e apporta in essa le caratteristiche della propria
diversità culturale. Lo straniero unisce le dicotomiche
rappresentazioni di vicinanza e lontananza, dentro e fuori.
Il ruolo più tipico dello straniero è
quello del
mercante.
Per mercante, rileva Simmel, va
inteso chi propone merci che non si trovano nel luogo. Se un
individuo si reca all’estero e compra della merce che rivende
all’interno del suo gruppo, questi è straniero nel mercato dove
acquista e non in quello dove vende.
Lo straniero è “fissato parzialmente”,
o meglio idealmente, in quanto occupa lo spazio del luogo, senza
possederlo (egli non deve possedere un immobile o del terreno,
altrimenti verrebbe a mancare la caratteristica fondamentale della
libertà o potenziale indipendenza dal luogo).
Questo aspetto deve essere
considerato metaforicamente, (idealmente) nel senso che egli può
anche possedere del terreno, ma è come se non fosse proprio, perché,
in senso figurato, essere proprietario verrebbe ad indicare il
possesso della cultura ospitante. Per lo stesso principio non deve
possedere legami di parentela o di professione.
La posizione d’estraneità gli
permette di assumere ruoli d’impersonalità, obbiettività e giustizia.
Lo straniero è anche il miglior
confidente e confessore, non è forse vero che ci si confida più
facilmente con una persona che oltre ad essere ben disposta ad
ascoltarci, non s’incontrerà più per tutta la vita? Egli non può
trarre alcun vantaggio dal suo ruolo d’ascoltatore e consigliere,
non è parte in causa, ed il suo parere è eccellente.
Lo straniero, può essere anche solo
un’idea, alla quale l’individuo ricorre per cogliere le antinomie
utili nell’ esame delle proprie considerazioni ineluttabili; ovvero
lo straniero può essere un modello ideale da utilizzare per porre in
atto l’imparzialità e l’accoglienza del diverso, nella nostra mente.
L’idea dello straniero è un “pensare
innovativo”, estraneo al comune porsi in relazione con il mondo: un
pensare che permette di accedere alle novità.
Sotto un aspetto più ermetico si
potrebbe dire che lo straniero porta con sé la “divinità” del suo
popolo, della cultura d’appartenenza e che, con il suo spostarsi, la
pubblicizza (la rende nota).
Così, i precetti in segnati in
naturopatia
possono apparire estranei al diffuso pensare contemporaneo.
La metafora dello straniero esalta la
conciliazione degli opposti: notte-giorno, vita-morte,
vicinanza-lontananza, divenendo la sintesi che concilia la tesi con
l’antitesi, proprio come insegnato nella nostra
scuola
di naturopatia,
quando viene trattato il relativismo e la complementarietà degli
opposti.
Tratto da
"Il potere e i
suoi indicatori", 2006, Valerio Sanfo, Ed. A.E.ME.TRA.
Vedi anche: .
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