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Erboristeria tradizionale
L’erboristeria
quale pratica del ricorso all’utilizzo delle piante ad uso
terapeutico è sicuramente antica quanto l’uomo, e la
Naturopatia
la inserisce nel bagaglio terapeutico.
A ben dire si parla
di una fase preistorica e della successiva
protostorica
dell’erboristeria. Grandi personaggi del passato vengono annoverati
tra i cultori della medicina con ricorso a rimedi vegetali, come
l’illustre
Ermete Trismegisto,
deificato nell’antico Egitto.
E’ nella
medicina
ippocratica
che possiamo rintracciare il ricorso sistematico a prodotti di
origine vegetale; in realtà la rivoluzione ippocratica non
aggiungeva sostanziali cambiamenti per quanto concerneva l’utilizzo
dei rimedi, ma prima di allora la conoscenza erboristica veniva
tramandata oralmente di famiglia in famiglia. Nel Medioevo
l’alchimista
Alberto Magno
scrisse un trattato sulle
piante medicinali:
“De virtibus herbarum”.
In questa
esposizione non è tanto la storia dell’erboristeria che ci interessa,
quanto piuttosto evidenziare la sostanziale diversità
dell’erboristeria antica dalla fitoterapia clinica contemporanea.
Con il termine “signatura”
si esprime la relazione morfologica tra la pianta o alcune parti
specifiche che la compongono, e la forma di organi o parti del corpo
umano; asserendo che la forma è il risultato di una relazione
energetica, ne consegue che, due forme simili sono portatrici e
condividono energie simili. Alla
semantica
delle forme
viene attribuito un vero e proprio linguaggio della natura.
La
corrispondenza morfologica
portò all’applicazione di quella che veniva chiamata
medicina
simpatica
o simpatetica; così ad esempio la “Digitale” veniva considerata
simpatica per il sangue, a causa delle macchie rossastre presenti
sul fiore; menzioniamo a tal proposito la classificazione delle
piante secondo
Giovan Battista Della Porta,
denominata “La Phytognomica”.
La suddivisione
delle piante officinali si basava sulla relazione tra le
caratteristiche simpatetiche in relazione con quelle costituzionali
e dei temperamenti, indicati con chiarezza da Ippocrate. Veniva così
applicato il concetto di armonia e salute in mutua relazione,
“giusta mescolanza” o crasi, dei quattro umori fondamentali:
sanguigno (umore caldo e umido), flemmatico che richiama il freddo e
l’umido, bilioso normale ovvero collerico riferito al caldo e secco,
e l’umore atrabile o bile nera o melanconico in relazione con il
freddo e secco.
La scelta delle
piante medicamentose si riferiva proprio alle caratteristiche del
modello tetraumorale ippocratico
padre della
Naturopatia, così ogni pianta medicinale veniva classificata secondo
il suo potere umorale e il suo grado di azione, ad esempio
l’Elicriso, l’Ononide e
l’Enula
venivano considerate droghe vegetali caldo-secche.
Ecco perchè
l’erboristeria tradizionale si può anche chiamare “erboristeria
costituzionale”.
La visione nella
quale si collocano l’erboristeria
tradizionale
o
costituzionale
si discosta totalmente dai modelli presenti nella fitoterapia
clinica e volendo rivaluta l’antica figura dell’erborista
tradizionale che raccoglieva egli stesso le piante e indicava l’uso
terapeutico; in una
visione vitalistica
tanto cara alla naturopatia.
Non si tratta di una
visione antica ed obsoleta, ma di un “altro modo” d’intendere il
rimedio, la malattia ed il malato, sicuramente meno scientifico ma
indiscutibilmente più naturale. Inoltre veniva anche a meno
l’interferenza con l’associazione con i cibi, essendo lo stesso
erborista a consigliare nel periodo di cura la dieta appropriata.
Anche gli aspetti
nocivi (iatrogeni) dell’uso delle droghe vegetali non venivano
considerati, siccome la somministrazione avveniva per tempi brevi,
comunque non superiori alle tre settimane.
Tale
medicina
olistica
si sposa pienamente con la
naturopatia
e rifiuta la logica della
“divisione” e l’approccio prettamente analitico e statistico della
medicina accademica.
Tratto da
"Naturopatia
e competenze del naturopata", 2003, Valerio Sanfo, Ed. Ananke
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