ERBE E SFIZI - 1° parte

 

Di

Valerio Sanfo

 

Sociologo sanitario, erborista. Responsabile didattico dell'Università Popolare A.E.ME.TRA., di cui è Presidente e fondatore.

 

 

 

 

 

 

 

Ascolta anche:

 

- Erbe e sfizi - 2° parte

- Alimentazione vegetariana

- Piante aromatiche spontanee

 

 


 

Fitoalimurgia

 

La branca della scienza che si occupa dell’ alimentazione tramite le piante spontanee, viene indicata con la voce fitoalimurgia (phytoalimurgia) che è stata proposta nel 1767 da Ottaviano Targioni Tozzetti, per indicare la possibilità di potersi alimentare raccogliendo ciò che la natura ci offre spontaneamente, come d’altronde già praticato nelle antichissime società di caccia e raccolta.


Con
alimurgia si indica il significato di: opera, lavoro, e di urgere, incalzare; quindi di una urgenza alimentare. Il termine fitoalimurgia indica, nel suo intento iniziale, il ricorso alle piante spontanee quale nutrimento durante i periodi di carestia. Tale conoscenza è stata recuperata durante la prima guerra mondiale, per insegnare a reperire del cibo che spontaneamente la natura offriva, per l’appunto le piante spontanee. A tal proposito menzioniamo il testo “Phytoalimurgia Pedemontana”, O. Mattirolo, 1918, nel quale si riporta il censimento delle specie vegetali alimentari della flora spontanea del Piemonte.
Al giorno d’oggi è ovviamente anacronistico ricorrere al recupero delle piante autoctone per motivi di sopravvivenza, resta però la necessità di rintracciare vegetali sani con profili terapeutici preventivi.


La raccolta delle
piante spontanee si sposta, così, verso il bisogno del mantenimento della salute. Con la raccolta delle piante spontanee si elimina il rischio della presenza di sostanze venefiche causate dai prodotti utilizzati in agricoltura intensiva; ovviamente resta il problema dell’inquinamento che in generale incombe su tutto il pianeta; sarà cura del raccoglitore utilizzare solo piante presenti in ambienti con il minor tasso di inquinamento, quindi sicuramente molto distanti dai centri urbani.


Durante il periodo primaverile le parti giovani delle piante presentano un alto contenuto di fitormoni, in particolare le auxine, che per loro natura sono concentrate negli apici e nelle gemme, quali tessuti meristematici dai quali si svilupperanno le altre parti della pianta. Tali sostanze sono considerate quali principi attivi con azione drenante utile ad espellere le tossine dell’organismo umano. Rintracciamo, così, l’antica saggezza dettata dalla tradizione, che indicava di raccogliere le piante spontanee primaverili, ad esempio il tarassaco, (Taraxacum officinale) per depurare l’organismo dopo il periodo invernale.
La grande varietà di vegetali a disposizione può sopperire alle richieste alimentari, contribuendo alla soluzione del problema della fame nel mondo. Le piante spontanee per usi alimentari si calcola siano circa 20.000, mentre sono solo 3.000 le specie vegetali entrate a far parte dell’alimentazione.


L’ alimentazione è un fatto culturale e i condizionamenti, gli stereotipi e la chiusura mentale portano ad ignorare e, per certi versi, a disprezzare, ciò che la natura ci mette a disposizione per alimentarci.


Con questi vegetali si scoprono nuovi sapori, alcuni delicati e dolci, altri amari e piccanti, per soddisfare la varietà delle esigenze gustative.
Con le piante selvatiche si possono allestire pranzi completi dall’antipasto al dessert; esse sono reperibili tutto l’anno (secondo la specie), anche nel periodo invernale, e alcune piante sono talmente diffuse e di dimensioni ragguardevoli, ad esempio gli amaranti, i chenopodi, le ortiche, che in poco tempo se ne raccolgono grossi quantitativi.

 

Tratto da

"Fitoalimurgia", Enciclopedia delle Discipline Bionaturali Nus-Libera

 

 


 

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